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CONFERENZA DI PRESENTAZIONE GRATUITA con DIMOSTRAZIONE sul KINTSUGI

Il Kintsugi (unire con l'oro) è la tecnica di riparazione giapponese che trasforma le crepe e le rotture di oggetti in qualcosa di unico e prezioso.

Ceramiche e porcellane danneggiate, vengono riparate lasciando ben evidenti le linee di frattura che assumono l'aspetto dell'oro massiccio. Usando lacca naturale e polvere d'oro per unire i frammenti il Kintsugi non nasconde mai la storia dell’oggetto, ma lo trasforma in qualcosa di nuovo, carico di memoria.

Tecnica raffinata, il Kintsugi nacque nel XV secolo durante il periodo Muromaki e venne principalmente usato per riparare le preziose ciotole, chawan, usate per il Chanoyu, la cerimonia del tè. Queste ciotole erano molto considerate e apprezzate tanto che avevano un proprio nome e per loro venivano compete delle poesie. Se si rompevano, una volta riparata da artigiani altamente specializzati, potevano essere nuovamente utilizzate e diventavano ancora più preziose, sia dal punto di vista estetico che emotivo.

Le linee d'oro che ne solcavano la superficie, intersecandosi in modo originale e bizzarro creavano nuovi paesaggi da contemplare durante i Chanoyu e nel contempo, incarnavano lo spirito del Wabi, quel sentimento prettamente giapponese, difficile da tradurre, che può essere visto come un modo di vivere intriso di un profondo riconoscimento della mutevolezza e dell’ effimero della vita e si riferirsi all’apprezzamento di oggetti che incarnano un senso di imperfezione, semplicità e sobria eleganza.

Il Kintsugi va oltre la semplice riparazione di oggetti fisici. Rappresenta un modo di pensare che abbraccia i cambiamenti e i momenti difficili della vita. Ci insegna ad accettare le nostre imperfezioni e a trovare bellezza nelle ferite emotive e nelle esperienze passate. Invece di gettare via qualcosa di rotto, il Kintsugi ci invita a onorare il suo passato e a trasformarlo in qualcosa di nuovo e prezioso.

 

Maurizio Damonte

Da sempre affascinato dalla cultura giapponese, in particolare dall’arte figurativa e dall’utilizzo della lacca come mezzo espressivo, conoscevo la tecnica del kintsugi per averne sentito parlare e per avere visto alcuni oggetti riparati. L’occasione per avvicinarmi è arrivata circa sette anni fa: ho rotto una ciotola, parte di un servizio di scarso valore ma al quale ero molto affezionato, e ho deciso di recuperarla approfondendo la conoscenza della tecnica giapponese. Da quel momento, una serie di coincidenze mi hanno accompagnato ad approfondire il kintsugi sotto la guida di tre maestri speciali.

La tecnica mi dà la possibilità di valorizzare la mia manualità, già messa all’opera nella mia attività professionale di dentista, e che nell’accuratezza e nella pazienza richieste anche dal kintsugi prende una nuova strada e conduce in direzioni diverse.

Amo l’idea di poter riparare l’irreparabile, qualcosa che, rompendosi, non è più utilizzabile e che io riassemblo, recuperando i pezzi e ricostruendo quelli che sono andati perduti. Nella decisione di come procedere, metto me stesso, il mio gusto, la mia fantasia, la mia risposta a ciò che l’oggetto mi trasmette. La tazza, la ciotola, il piatto alla fine sono diversi, trasformato, ma hanno recuperato la loro funzione.

Per me è importante il rapporto che si instaura con ogni oggetto, il dialogo che si attiva tra me e la memoria che esso conserva di chi lo ha creato, di chi lo ha maneggiato e forse rotto, e di chi ha deciso di conservarlo per donargli una nuova esistenza attraverso questa preziosa riparazione.

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